Le cinque prove decisive per il futuro dell’Europa

Febbraio 13, 2026 - 14:00
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Le cinque prove decisive per il futuro dell’Europa

Nel castello di Alden Biesen, in Belgio, i leader europei discutono di competitività, energia, mercato unico e “Made in Eu”. L’intervento più brillante, come al solito, è stato quello di Mario Draghi: l’ex presidente del Consiglio ha parlato di deterioramento del quadro economico globale e della necessità di decisioni più rapide. Il lessico è quello dell’industria e dei capitali. Ma il contesto è sempre più hobbesiano – meno adesione a regole condivise, ricorso frequente all’uso della forza. È per questo che l’autonomia economica senza sicurezza rischia di restare incompleta.

Per decenni l’Europa ha vissuto dentro una serie di illusioni comode. Che gli Stati Uniti avrebbero garantito la sicurezza del continente. Che la Russia potesse essere ammansita dai legami commerciali. Che la Cina potesse essere gestita con regole e istituzioni multilaterali. Che la difesa fosse una voce marginale, separata dall’economia e dall’industria. E che sistemi politici lenti delle democrazie liberali, pensati per il tempo di pace, sarebbero bastati per sempre.

Oggi sembra che tutte queste condizioni non esistano più. Non sono crollate all’improvviso, ma il mondo attorno all’Europa è diventato più pericoloso. Il nuovo paper “Five Tests for Europe’s Security and Agency”, firmato dal generale Sir Nick Carter, ex Chief of the Defence Staff del Regno Unito, parte da qui. E dice una cosa semplice e brutale: «Il sistema internazionale sta diventando hobbesiano: meno governato da regole condivise, più plasmato dalla forza, dalla leva e dal rischio».

In questo contesto, la carenza di investimenti europei nella difesa non è più solo inefficiente. È un rischio che l’Europa stessa non può più permettersi di correre. La guerra della Russia contro l’Ucraina ne è la prova più evidente. Non solo per quello che accade sul campo, ma perché l’aggressione di Mosca si estende ben oltre il fronte e non è fatta solo di guerra convenzionale: sabotaggi, cyberattacchi, disinformazione, interferenze politiche. «Non è una crisi temporanea, ma una minaccia sostenuta agli interessi di sicurezza europei», si legge nel report.

Al documento hanno contribuito anche alcuni istituti strategici europei – tra cui l’Istituto Affari Internazionali, per l’Italia – per mettere subito in chiaro un punto politico: un’Europa più forte non è un’Europa aggressiva. Non si tratta di cercare lo scontro, è sufficiente non essere ingenui. Finché il comportamento russo non cambierà «in modo dimostrabile» l’Europa deve «guidare con risolutezza», costruendo deterrenza credibile, a partire dall’Ucraina. Perché «un continente delle dimensioni dell’Europa non può esternalizzare la propria sicurezza indefinitamente».

Per questo, secondo gli autori, i leader europei devono superare cinque prove se vogliono dimostrare che l’Europa è ancora un attore strategico e non solo uno spazio economico.

La prima prova è l’Ucraina. Senza troppi dubbi. «L’esito della guerra definirà l’ambiente strategico europeo per una generazione», si legge nel paper. Kyjiv oggi è sotto una pressione costante: mancano risorse, uomini, capacità finanziarie. Il sostegno americano resta cruciale, ma non basta. Il vero test per l’Europa è fornire un sostegno certo, prevedibile e pluriennale, superando i limiti di catene di approvvigionamento frammentate e capacità industriali insufficienti.

Il punto più interessante è il cambio di prospettiva rispetto a quanto già visto negli ultimi anni: l’Ucraina non va trattata come un semplice beneficiario di aiuti. «Non dovrebbe essere vista come una destinataria del sostegno europeo – si legge ancora nello studio – ma come uno degli attori militari più esperti e temprati dal combattimento del continente». La sua esperienza su droni, guerra elettronica, software da campo di battaglia «dovrebbe essere integrata strutturalmente nella base industriale e difensiva europea». Anche perché la resistenza ucraina è già «un pilastro avanzato della difesa europea», che logora la capacità militare russa e riduce il rischio di aggressioni più ampie.

La seconda prova riguarda la guerra ibrida russa dentro l’Europa – tema a cui Linkiesta ha dedicato la cover story dell’ultimo magazine. Gli attacchi non sono episodi isolati, ma «una campagna continua sotto la soglia del conflitto armato». È la zona grigia difficile da individuare e da contrastare. L’Europa, per ora, fatica a formulare una risposta credibile, secondo Nick Carter: «La deterrenza sarà visibile solo quando attacchi ripetuti produrranno risposte predefinite e coordinate, invece di nuovi dibattiti».

La terza prova è la naturale conseguenza di quella precedente: occorre ricostruire una deterrenza credibile. L’Europa spende sempre di più, ma continua a trasformare male le risorse in potere militare. «Oggi l’Europa non è in grado di generare in modo affidabile forze, armi, munizioni e capacità industriale per un conflitto ad alta intensità». I sistemi di procurement restano ancorati a una logica da tempo di pace: lenti, frammentati, ossessionati da sistemi costosi e poco scalabili. Il messaggio che emerge dal paper è prima di tutto politico: è sempre più urgente aumentare la spesa senza riformare il sistema significa «ottenere rendimenti deboli», sprecare soldi pubblici e minare il consenso.

La quarta prova è il consenso. Senza sostegno pubblico l’Ue – e i leader dei ventisette – ha le mani legate. Il paper cita un dato allarmante: solo un terzo dei cittadini dell’Unione europea sarebbe disposto a combattere per il proprio Paese, con forti differenze da uno Stato all’altro. Perché la sicurezza non è più un tema sentito, ma in tempi caotici come questi va riconnessa alla vita quotidiana. «La fiducia si costruisce quando i governi spendono bene, consegnano capacità in tempo e rispondono in modo competente alle crisi», si legge nel paper.

L’ultima prova riguarda il tempo. Perché, scrive Nick Carter, l’ecosistema della sicurezza si muove più velocemente della politica e delle istituzioni europee. La realtà del nuovo scenario geopolitico richiederebbe decisioni in tempi rapidi, ma la storia dell’Unione europea parla di tempi lunghi, meccanismi farraginosi e una burocrazia elefantiaca. La domanda chiave è se i leader europei saranno disposti ad accettare deroghe e geometria variabile per prendere decisioni veloci quando necessario. Un’ipotesi che al momento, a dire il vero, sembra solo wishful thinking.

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