Ritratto di un aristocratico alle prese con una pesante eredità familiare

Dal 10 al 15 febbraio la Sala Blu del Teatro Franco Parenti ospita Barbari, Barberini e Barbiturici – Tragedie ridicole di un Principe sulle spine, che segna un nuovo capitolo della collaborazione tra l’attore Urbano Barberini – all’anagrafe Urbano Riario Sforza Barberini Colonna di Sciarra – e il regista e sceneggiatore Daniele Falleri. Il progetto nasce dopo l’esperienza di Sulle Spine, una tragicommedia e noir comico andato in scena nel 2024 che già in precedenza aveva indagato la dimensione autobiografica dell’attore romano. Il nuovo lavoro si inserisce in quel solco, ampliandolo, e trasformandolo in un monologo che si occupa di memoria familiare, di eredità, e dallo status che da essa deriva, ma anche di identità sociale.
Al centro della scena c’è la figura di Urbano Barberini, interprete e autore insieme a Falleri, che ripercorre la propria storia personale a partire dal peso di un cognome legato a una delle dinastie aristocratiche più influenti della storia italiana. Il racconto racconta i fantasmi del passato e le dinamiche del presente, alternando il racconto di episodi familiari a più ampie riflessioni sul valore della discendenza. Non mancano anche momenti di confessione. La materia autobiografica del protagonista è filtrata da un tono ironico, irriverente e non politicamente corretto, che smonta la retorica della superiorità aristocratica e ne espone tutte le contraddizioni e le fragilità.
Lo spettacolo si sviluppa attraverso un impianto narrativo che vede il protagonista dialogare idealmente con i propri antenati, che nello spettacolo vengono evocati come presenze simboliche. Il confronto con la tradizione diventa così un’occasione per interrogare il suo rapporto tra identità personale e aspettative sociali. Barberini passa da un’analisi sarcastica a una riflessione personale e intima, e così facendo mantiene un rapporto diretto con il pubblico.
La scrittura scenica di Falleri detta un ritmo serrato, sostenuto dalle musiche originali di Marco Schiavoni, che accompagnano i passaggi emotivi del racconto. La regia lavora su una struttura essenziale, dove la tensione drammaturgica è veicolata dalla presenza dell’attore e dalla forza del testo. L’impianto scenico privilegia la dimensione del racconto, lasciando che il monologo funga da filo rosso, capace di unire diversi quadri narrativi che scandiscono il percorso interiore del protagonista.
Nel corso dello spettacolo emergono temi legati alla memoria familiare, alla costruzione dell’identità e al confronto con i modelli culturali ereditati. Barberini utilizza la propria esperienza come lente attraverso cui osservare il rapporto tra l’individuo e la sua eredità, evidenziando il conflitto tra il ruolo pubblico e la dimensione privata. Il titolo richiama una triplice suggestione che unisce riferimenti storici, familiari e psicologici, suggerendo una lettura che interpreta la storia personale attraverso una puntuale analisi sociale. Il protagonista si spoglia delle maschere sociali, affronta i propri antenati simbolici e reali, e costruisce un dialogo diretto con il pubblico, fatto di sarcasmo, autoironia e provocazione.
L’ironia rappresenta lo strumento principale con cui il protagonista affronta il proprio racconto. La comicità non sminuisce il carattere confessionale del testo, ma al contrario lo amplifica, lo traduce, e lo rende accessibile a un pubblico più ampio, permettendo allo spettatore di entrare in una dimensione narrativa di autoanalisi. Il monologo affronta anche il tema della vulnerabilità, trattato senza retorica, attraverso il racconto di alcuni episodi che rivelano incertezze personali e contraddizioni relazionali.
La produzione dello spettacolo è firmata Alt-Academy, mentre l’abito di scena di Barberini è realizzato dalla Sartoria Sagripanti di Roma. Il lavoro dell’aiuto regia Viviana Broglio e dell’assistente alla regia Caterina Palazzari sostiene la costruzione di una drammaturgia che si fonda sull’equilibrio tra parola e presenza scenica.
Barbari, Barberini e Barbiturici si inserisce all’interno di un’ampia tradizione teatrale che indaga il confine tra narrazione autobiografica e rappresentazione collettiva. Il racconto personale diventa uno strumento per riflettere su temi più ampi, legati al ruolo dell’individuo nella società e alla costruzione della memoria familiare.
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